MANJAR DOS DEUSES

DOVE: MAPUTO (MOZAMBICO)

QUANDO: META’ 2007

In una città in cui convivono senza la minima increspatura il museo della rivoluzione, l’architettura marxista, il kalashnikov che sventola sulla bandiera nazionale, le banche di affari, gli uffici delle multinazionali, le auto di grande cilindrata che viaggiano sonnacchiose lungo i lunghi viali, le spiaggie candide di un Ocenao Indiano qui placido e i docks commerciali, trovare un locale dove cenare e “carpire” lo spirito del luogo non è facile.

maputo

Il Manjar dos Deuses, piacevole ristorante dalla parti delle spiagge (ma ancora affacciato sulla maestosa Avenida Julius Nyerere), ci prova.

Riuscendoci a tratti.

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PIAZZA JEMAA EL FNA

DOVE: MARRAKECH (MAROCCO)

QUANDO: META’ 2009

Nello stesso viaggio di cui al post precedente, ma in una cornice totalmente diversa. Piazza Jemaa El Fna, un grande buco nella medina di Marrakech, un ampio luogo di incontro, dopo chilometri e chilometri di contorti vicoli e passages. Caotica di giorno, addirittura pirotecnica quando cala la sera e appaiono i cantastorie, i saltimbanchi, i suonatori berberi. Ma soprattutto quando vengono disposti, a decine, i banchetti attorno ai quali è possibile sedersi e mangiare. Tutto per pochi Dhiram.

Il fumo vola basso, porta sentori di griglia in ongi angolo della piazza (grassi bruciati, zuccheri caramellati, carni affumicate). Attraversando i “quartieri” formati dai banchetti, si incappa in un vario repertorio di cibo di strada, quasi tutto ancora verace. Quasi. Perché iniziano a spuntare anche i banchi che propongono il di-tutto-un-po’-turistico: pesce fritto, spiedini, insalate, pollo. L’importante è che sembri pulito e occidentale, semplice da mangiare – la versione Disney dello street food.

Poi, per i più golosi, c’è chi fa sul serio.

Jemaa El Fna

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RIAD CASA LALLA, LA TABLE

DOVE: MARRAKECH (MAROCCO)

QUANDO: META’ 2009

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Casa Lalla è un elegante riad di Marrakech, posto quasi al termine di un vicolo contorto e senza uscita. Ho passato qui alcune notti, attratto soprattutto dalla fama del suo ristorante, La Table. Una formula semplice e affascinante: alle 20.00 in punto chi ha riservato si presenta nel grande patio (o in terrazza, quando fa caldo), si siede al proprio tavolo e aspetta di essere servito. Il menù è ispirato al mercato.

Qui, a Casa Lalla (che significa “signora”) ha vissuto da chef-proprietario l’inglese Richard Neat (varie stelle Michelin appuntate sul petto), creatore della formula del menù fisso selon le marché – non originale, ma interessante se collocata nel contesto dei suk marocchini. Poi, da inquieto globetrotter qual è (o da acuto businnesman), ad un certo punto si è stufato, ha venduto e ha cambiato orizzonti (Costa Rica).

E Casa Lalla?

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LA PIZZA FRITTA

DOVE: NAPOLI (QUARTIERI)

QUANDO: FINE 2008 L’ULTIMA VOLTA; MA, IN GENERALE, APPENA POSSO

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Nei Quartieri Spagnoli non mi sento a mio agio. Non si tratta di insicurezza, quanto di inadeguatezza. Un intero universo vive in quelle strade contorte e nei suoi stretti “bassi”. Capirne le coordinate è pressoché impossibile, senza un Virgilio, un Cicerone, qualcuno che sappia farti leggere le minuzie, i piccoli dettagli, l’aleph di vite che questo luogo rappresenta.

Però una scorciatioia, mi verrebbe da dire, c’è. Un metodo semplice e rapido per entrare in comunione spirituale con i Quartieri, certi di non fraintenderne l’essenza. Poche mosse per dare scacco al cuore di questo luogo, una chiave per aprirne gli scrigni e ammirarne il fulgido contenuto. Per pochi istanti. Per un baleno.

Parlo della Pizza Fritta.

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BODEGA GONGORA

DOVE: SIVIGLIA (SPAGNA)

QUANDO: META’ 2005

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45°C. Dicasi Quarantacinquegradicentigradi. Ombra o non ombra, sono una temperatura sufficiente a scoraggiare ogni forma di vita intelligente dall’uscire durante il giorno. Per questo Siviglia – la bella capitale andalusa – è deserta durante le giornate estive. Mentre si inizia a popolare, sonnacchiosa e sudaticcia, dalle 18.00 in poi. Orario valido anche (e direi soprattutto) per quanto riguarda gli impegni lavorativi, l’apertura dei negozi, la disponibilità dei professionisti di ogni genere e grado.

Solo attorno alle 22.30, dunque, si è pronti per la cena. Terminate le chiacchiere, si deve dare soddisfazione allo stomaco. Ed eccoci allora in questa bodega – non osteria, non vineria, non cantina: bensì tutto ciò assieme. In pieno centro, a due passi dalla Plaza Nueva, a meno di 500m. dalla Cattedrale.

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ZE KITCHEN GALERIE

DOVE: PARIGI

QUANDO: META’ 2006

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Lo ammetto: qui ci sono capitato dopo aver letto un articolo sul Gambero Rosso, in cui si parlave molto bene di William Ledeuil. Giovane (mediamente), bello (rispetto alla pletora di panzuti chef d’oltralpe), talentuoso (scuola da Savoy), nuovo (in una città, Parigi, dove si fa fatica a trovare vere novità).

Sta pure vicino a Saint Michel. In una zona defilata dal caos turistico, però. Una via lunga e non ampia. Che si getta poi sul Lungo Senna St. Augustin. Ma senza Sfrusci e pazzi voli.

Quindi, GR sotto braccio (solo metaforicamente), camicia rive guache e appetito galoppante, vado. Con un grillo in testa: ma perché mai Ze Kitchen Galerie?

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GODOT WINE BAR

DOVE: BOLOGNA

QUANDO: META’ 2006

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Metti una sera di luglio a Bologna. Alla vigilia della finale del Campionato del Mondo di Calcio – quello che abbiamo vinto. Sotto i portici: decine e decine di sedie e tavolini. Centinaia di brindisi. Migliaia di esseri umani sorridenti e smanicati.

Un amico mi segnala Godot, per una cena discreta, ma al tempo stesso informale. E con la possibilità di bere molto (molto) bene. Mi convince. Vado. Anzi, andiamo – siamo in due.

Arriviamo a piedi e chiediamo di sedere fuori, per godere dell’animata vita bolognese, oltre che della bell’aria estiva. Purtroppo non c’è posto. Ripieghiamo per la prima delle due sale intere: lunga, col banco a destra ed i tavolini a sinistra. Divani al muro, sedie di fronte. Nel mezzo, piccoli tavolini quadrati. Appesa sulla parete di fondo, una grande lavagna con indicati i vini al bicchiere. Non i soliti noti.

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CIBO DI STRADA

DOVE: SIEM REAP (CAMBOGIA)

QUANDO: META’ 2008

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Una stenderia di sedie di plastica rossa e di tavoli coperti da improbabili tovaglie incerate appare come d’improvviso attorno alle cinque di pomeriggio. Prima la strada è vuota, qualche bicicletta, qualche Tuk-Tuk. Poi, d’un baleno, un brulichio di donne e di uomini appare, monta cucine improvvisate e armeggia dietro calderoni colossali. Da lì a mezz’ora, in molti mangeranno in fretta, rideranno, rincorreranno bambini. E l’odore dell’aglio renderà appuntita l’aria.

Siem Reap non è Cambogia profonda. Qui si fermano reggimenti di turisti – a pochi chilometri si stende l’area archeologica di Angkor. E, se pur con pigrizia, la città si sta attrezzando. Così sorgono gli hotel di lusso. Ma sopravvivono anche i piccoli ristoranti e il cibo di strada. Cibo che, a differenza di altre località khmer, qui è mangiato anche dai turisti – e in gran quantità.

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SOULSA

DOVE: MELVILLE, JOHANNESBURG (SOUTH AFRICA)

QUANDO: META’ 2007

Jo’burg. Johannesburg, un agglomerato da quattro milioni di abitanti. Caotica quanto basta, con le ferite dell’apartheid che si riconoscono nitidamente anche nella sua architettura, oltre che nei rapporti di forza e nelle abitudini sociali. A maggior ragione nei sobborghi. Alcuni ricchissimi, altri devastati. Altri ancora, bohemien. Come Melville, il quartiere degli artisti, dei giornalisti e dei ristoranti. Si viene qui per cenare o per bere un bicchiere.

Tra i vari locali, nelle tre sere in cui ho dormito qui, quello che ho apprezzato di più è Soulsa. O SoulSA. Ovvero Anima+South Africa. Luogo giovanile. Dehors attraente. Personale misto.

Soulsa

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SERGIO POLLINI, LAMPREDOTTO DI VIA DE’ MACCI

DOVE: FIRENZE

QUANDO: INIZIO 2009 (L’ULTIMA VOLTA)

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Firenze ha due mercati coperti: San Lorenzo e Sant’Ambrogio. Il primo è più grande, più vario, più famoso. Ma è il secondo che mi affascina veramente. Stretto in una piazza che unisce il fermento dei banchi a quello dell’Università; a due passi la sede di Dada – la new economy alla fiorentina – e tutto attorno negozi di delicatessen e tè pregiati. Buste di plastica con carciofi e porri, borse di pelle con progetti e palmari. Poi, in un angolo della Piazza che apre sulla popolare Via de’ Macci, si stende il piccolo regno Picchi: Cibreo, Cibreino, Caffé del Cibreo, Teatro del Sale. Una costellazione di proposte culturali, ancora prima che gastronomiche, di cui presto vorrei scrivere.

Eppure il protagonista del post non è il “Collo di gallina ripieno” del Cibreo, quanto il Lampredotto che babbo (Sergio Pollini) e figliolo dispensano proprio davanti alle vetrine del ristorante. Per me, il migliore della città.

(continua…)

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